Si prenda untrapano da dentista, un tritacarne, un raschietto per fessure del tram, omnibus e automobili, biciclette, tandem e la loro gommatura, anche pneumatici di guerra di riserva, e li si deformi.
Si prendano luci e le si deformi nel modo più brutale. Si facciano scontrare delle locomotive, si lascino tende e portiere danzare il filo di ragnatela con telai di finestra e si spezzi vetro gemebondo. Si facciano esplodere caldaie a vapore per produrre fumo ferroviario. Si prendano sottogonne e altre cose simili, scarpe e capelli finti, anche pattini da ghiaccio, e li si getti nel posto giusto, dove appartengono, e sempre al momento giusto. Si prendano, se si vuole, anche tagliole, ordigni a scatto automatico, macchine infernali, il pesce di latta e l’imbuto, naturalmente tutto in stato artisticamente deformato. I tubi sono molto raccomandabili.
Merzbühne, 1919, in: Sturm-Bühne. Jahrbuch des Theaters der Expressionisten, hg. von Herwarth Walden, Bd. 8, Berlin 1919, S. 3
Investi i tuoi contanti in una cura raddadista, non te ne pentirai mai; dopo la cura, non potrai più pentirti affatto. Che tu sia ricco o povero è indifferente, la macchina raddadista ti libera perfino dal denaro in sé. Come capitalista entri nell’imbuto, passi attraverso diversi rulli e ti immergi nell’acido. Poi entri in contatto più stretto con alcuni cadaveri. Aceto gocciola cubismo dada. Poi ti viene mostrato il grande Raddada. (Non il presidente del globo terrestre, come molti credono.) Raddada irradia arguzia ed è irto di alcune 100 000 punte d’ago. Dopo che sei stato sbattuto qua e là, ti si leggono le mie poesie più recenti finché non cadi a terra svenuto. Poi vieni follato e raddadiato, e all’improvviso ti ritrovi fuori come un anti-piccolo-borghese appena pettinato. Prima della cura rabbrividisci davanti alla cruna dell’ago, dopo la cura non puoi più rabbrividire. Sei raddadista e preghi la macchina pieno di entusiasmo. – Amen.
Kurt Schwitters. Die Raddadistenmaschine, 1921; Der Ararat. Glossen, Skizzen und Notizen zur Neuen Kunst, hg. von Hans Goltz, Jg. 2, H. 1 (Januar), München 1921, S. 10f.
La guerra è la più grande vergogna che l’umanità abbia vissuto e possa vivere. È la grandiosa espressione della mancanza di autocontrollo degli uomini e dell’idea di potere personale o generale. È impensabile, nel vero senso della parola, che un popolo realmente democratico possa fare la guerra. Ma esistono popoli democratici?
Krieg, 1923 maschinenschriftliches Typoskript, 1 Bl.
O, du Geliebte meiner siebenundzwanzig Sinne, ich liebe dir! — Du deiner dich dir, ich dir, du mir. — Wir?
Das gehört (beiläufig) nicht hierher.
Wer bist du, ungezähltes Frauenzimmer? Du bist — bist du? — Die Leute sagen, du wärest — laß sie sagen, sie sie wissen nicht, wie der Kirchturm steht. Du trägst den Hut auf deinen Füßen und wanderst auf die Hände, auf den Händen wanderst du. Hallo deine roten Kleider, in weiße Falten zersägt. Rot liebe ich Anna Blume, rot liebe ich dir! — Du deiner dich dir, ich dir, du mir. — Wir? Das gehört (beiläufig) in die kalte Glut. Rote Blume, rote Anna Blume, wie sagen die Leute? Preisfrage: 1. Anna Blume hat ein Vogel. 2. Anna Blume ist rot. 3. Welche Farbe hat der Vogel?
Blau ist die Farbe deines gelben Haares. Rot ist das Girren deines grünen Vogels. Du schlichtes Mädchen im Alltagskleid, du liebes grünes Tier, ich liebe dir! — Du deiner dich dir, ich dir, du mir. — Wir? Das gehört (beiläufig) in die Glutenkiste. Anna Blume! Anna, a—n—n—a ich träufle deinen Namen. Dein Name tropft wie weiches Rindertalg. Weißt du es Anna, weißt du es schon? Man kann dich auch von hinten lesen, und du, du Herrlichste von allen, du bist von hinten wie von vorne: „a—n—n—a“. Rindertalg träufelt streicheln über meinen Rücken. Anna Blume, du tropfes Tier, ich liebe dir!
An Anna Blume, 1919